Sfida

La mia foto
Italy
Rivista on line di Azione Universitaria

venerdì 3 settembre 2010

SCUOLA: "ECCO I NUMERI DEL TEMPO PIENO IN TOSCANA. LA REGIONE CHIEDA SCUSA ALLA GELMINI"


Firenze, 3 settembre 2010

 

Comunicato stampa

 

SCUOLA, DONZELLI (PDL): "ECCO I NUMERI DEL TEMPO PIENO IN TOSCANA. LA REGIONE CHIEDA SCUSA ALLA GELMINI"

 

 "Dopo mesi di polemiche, sceneggiate, bugie, forzature, strumentalizzazioni di bambini e letterine faziose, i numeri ufficializzati ieri dal Governo parlano da soli: in Toscana il tempo pieno continua ad aumentare grazie all'Esecutivo di centrodestra, nonostante la crisi e le difficoltà economiche. Visti i dati, il presidente Rossi e la sua vice Stella Targetti dovrebbero ammettere di aver detto un sacco di baggianate, e se avessero un minimo di coerenza dovrebbero riscrivere un'altra letterina al Ministro Gelmini, ma stavolta con le scuse e i ringraziamenti al Governo da parte dei toscani".

 

Così Giovanni Donzelli, vicepresidente della commissione istruzione in Regione, mostrando un grafico con i dati dal 2008 ad oggi delle classi a tempo pieno in Toscana garantite dal Governo ed illustrando i dati disaggregati provincia per provincia  sul tempo pieno nelle scuole primarie in Toscana.

 

"Nell'anno scolastico che sta per iniziare – ha affermato Donzelli - a Firenze si contano 38955 alunni e 1841 classi totali: di queste ben 1090, per un totale di 23983 bambini, saranno a tempo pieno (con una percentuale di tempo pieno su tempo normale del 59,2% per le classi e del 61,6% degli alunni). A Prato sono 7110 i bambini (314 classi) che godranno del tempo pieno su un totale di 10452 alunni e 471 classi totali (rispettivamente il 68% ed il 66,7%). Ad Arezzo i dati indicano un totale di 758 classi e 14145 bambini, con 194 classi e 3802 alunni che usufruiranno del tempo pieno. A Grosseto 448 classi e 8424 alunni totali, di cui 3467 (180 classi) a tempo pieno. A Livorno si contano 281 classi e 5939 alunni che avranno l'orario prolungato su un totale rispettivamente di 622 classi e 12660 alunni totali. A Lucca sono 304 le classi a tempo pieno, con 5773 bambini su un totale di 841 classi e 15784 bambini. A Massa-Carrara i dati parlano di 116 classi e 2237 bambini che usufruiranno del tempo pieno su un totale di 389 classi e 7047 alunni. A Pisa sono 229 classi e 4754 alunni su un totale di 866 classi e 17116 alunni totali. A Pistoia i dati indicano un totale di 599 classi e 12009 alunni, con 159 classi e 3518 bambini. A Siena sono 4899 gli alunni che godranno del tempo pieno su un totale di 10830 (241 classi su 560 totali). Il dato regionale aggregato indica un incremento costante da quando Berlusconi è tornato al Governo: nel 2007-2008 infatti erano 2877 le classi a tempo pieno, contro le 2932 del 2008-2009, le 3084 del 2009/2010 e le 3108 di quest'anno (con percentuali che sono passate dal 38,9% del primo anno al 42 % di quest'ultimo", ha proseguito il consigliere regionale.


"Chi ha a cuore il futuro e l'istruzione fa poche polemiche e molti fatti. La sinistra e la Cgil vogliono solo difendere gli sprechi e le assunzioni a pioggia fatte per accontentare i sindacati. La scuola per fortuna adesso non sarà più un ammortizzatore sociale ma il luogo della crescita, della cultura e del merito. Mi spiace per il Pd e la Cgil, ma la scuola, grazie al Ministro Gelmini, anche in Toscana avrà al centro i ragazzi e non gli interessi della casta sindacale", ha concluso Donzelli.

 

In allegato i file contenenti i dati disaggregati e il grafico sul tempo pieno in Toscana negli ultimi quattro anni scolastici.

 


giovedì 2 settembre 2010

SCUOLA: Targhe anti-Gelmini nelle materne, Donzelli (Pdl) «Targetti vergognati, non si targano i bambini»

Targhe anti-Gelmini nelle scuole materne, Donzelli (Pdl)

«Targetti vergognati, non si targano i bambini»

«Mi impegno ad andare personalmente a staccarle. Tutte e 93»

«Targetti vergogna, non si targano i bambini». E' una stroncatura
netta, quella che il Vicepresidente della Commissione regionale V
(Cultura e Istruzione) Giovanni Donzelli, Consigliere regionale del
Pdl, rivolge all'iniziativa con cui la Vicepresidente della Regione
Stella Targetti, con delega proprio all'istruzione, ha condito la
firma dell'accordo per l'istituzione di 93 nuove classi di scuola
materna sul territorio toscano.

«La sinistra – sostiene Donzelli – vuole coltivare il consenso
catechizzando anche i fanciulli. Forse per questo, con una mossa che
ha dello scandaloso, pare abbia ben pensato di consegnare alle varie
scuole dove si trovano le 93 sezioni sovvenzionate dalla Regione
Toscana delle targhe per affermare una sorta di proprietà ideologica
su quelle classi e, di conseguenza, sulla loro baby-popolazione».

«Quello della targa è un obbrobrio – ci va giù duro Donzelli –
un gesto che, riguardando i più piccolini, non esito a definire
scandaloso e osceno. Marchiare i bambini, queste targhe
autocommemorative e auto celebrative… sono atti degni dei peggiori
regimi di stampo ex-Sovietico». Secondo l'esponente del Pdl il fatto è
che la Regione, soprattutto nel caso specifico in cui con uno
stanziamento di 5 milioni e 300 mila euro ha garantito il posto alla
materna a ulteriori 2.300 bambini, dovrebbe semmai essere soddisfatta
di aver contribuito a un maggior benessere sociale. «Invece no –
afferma Donzelli – qui si pensa a catechizzare ideologicamente i
bambini, a produrre consenso all'interno delle scuole dell'infanzia,
attraverso un'operazione che definire di bieca polemica è fin troppo
indulgente».

Donzelli chiude con un impegno preciso: «Mi voglio augurare che
l'iniziativa sia la svista di una persona non abituata a confrontarsi
con la democrazia e con la politica qual è la Vicepresidente Targetti.
Se però si dovesse procedere con questa storia delle targhe sulle
classi, io mi impegno personalmente ad andare a staccarle una per una,
tutte e 93».

lunedì 16 agosto 2010

COMUNICATO STAMPA - DEGRADO NELLE PIAZZE DI RIFERDI

DONZELLI, MORETTI, CASTELNUOVO TEDESCO (PDL): «"CAMPING ROM" NELLE PIAZZE EMBLEMA DI DEGRADO E ABUSIVISMO»

 

«Le piazze fiorentine d'estate si trasformano in camiping abusivi per ROM, sbandati e clandestini. Nel quartiere cinque Piazza  della Vittoria e Piazza Dalmazia sono devastate dal degrado.

Il Sindaco Renzi in campagna elettorale aveva sbandierato un grande amore per Piazza Dalmazia, deliziandoci con i suoi racconti autobiografici di quando studiava al Dante e passava le giornate in quella Piazza. Oggi che Renzi è sullla poltrona, la piazza è abbandonata al degrado. In Piazza Dalmazia,  invece, quando la mattina si alzano i campeggiatori abusivi, nello stesso posto sorge il mercato alimentare; dove hanno dormito e urinato rom e abusivi si posano le casse della frutta e della verdura. Ci chiediamo con quale sicurezza sanitaria per gli acquirenti.»

Dichiarano il consigliere regionale Giovanni Donzelli (PdL), assieme ai consiglieri del Quartiere 5 Chiara Moretti e Guido Castelnuovo Tedesco.

«Diciamo basta ai "camping estivi" dei rom nelle piazze di Rifredi. Il Comune di Firenze e la Polizia Municipale affrontino di petto un problema così concreto e annoso», .

«Da troppo tempo le piazze del quartiere di Rifredi sono interessate dai bivacchi dei nomadi ed extracomunitari, che le hanno ormai adibite a dormitori ed a bagni pubblici a cielo aperto.

«In piazza della Vittoria  i nomadi si sono persino attrezzati con brande e coperte rinvenute nell'immondizia».

«Questa situazione degradante è però nota all'Amministrazione comunale. Già nell'aprile scorso l'Assessore al decoro, Massimo Mattei, nei suoi tanto fugaci quanto improvvisati sopralluoghi definiva la situazione di piazza Dalmazia come "problematica e bisognosa di interventi mirati" – proseguono Donzelli, Moretti e Castelnuovo Tedesco – senza che però nulla sia cambiato».

«Questi veri e propri "camping estivi" dei nomadi sono il simbolo di una città degradata, dove abusivismo, bivacchi e accattonaggio fanno da padroni durante la stagione calda. Il reparto antidegrado della Polizia Municipale, nonché gli invisibili "angeli del bello", rischiano davvero di divenire l'emblema dell'inefficacia della Giunta Renzi nella lotta alle zone degradate».

«L'assessore Mattei farebbe bene a mettere a punto una politica seria mirata alla qualità della vita – concludono Donzelli, Castelnuovo Tedesco e Moretti –, anziché fare stravaganti sopralluoghi dalla scarsa concretezza e dalla assoluta inefficacia, facendo sì che realtà come piazza Dalmazia e piazza della Vittoria siano quanto prima riportate al decoro. I fiorentini sono esausti del degrado».


Allegate 3 foto a riprova di quanto dichiarato

domenica 15 agosto 2010

Agosto 1944: Firenze e i franchi tiratori

Il sito dal quale è tratto il seguente articolo non è una pagina pregna di stancante reducismo e bieco revisionismo, bensì un centro di studio e documentazione sulla drammatica stagione della guerra civile. ( fonte: http://fondazionersi-roma.blogspot.com/ )

Marco della Redazione
------------------------------------------------------------------------------

Curzio malaparte nell'ultimo momenti di vita dei "franchi tiratori" Fiorentini




" non trattero' la storia di Malaparte,ma da una sua testimonianza,dedichero' l'eroismo di alcuni giovani franchi tiratori di Mussolini,che catturati dalle formazioni partigiane ed esposti davanti alla folla fiorentina,sbeffeggiarono i loro catturandi,la folla e la morte che avveniva all'istante.Malaparte si trovo' lì,come corrispondente di guerra a seguito delle truppe anglo-americane,lasciando la sua testimonianza in un libro famoso dal titolo "la pelle".Infine si ringrazia F.Enrico accolla che grazie al suo libro "lotta su tre fronti" ne riporta l'eroismo di questi giovani fascisti.






Così Malaparte descriveva quella giornata fiorentina:


"I ragazzi seduti sui gradini di santa Maria novella,la piccola folla di curiosi raccolta intorno all'obelisco,l'ufficiale partigiano a cavalcioni dello sgabello ai piedi della scalinata della chiesa,coi gomiti appoggiati sul tavolino di ferro preso a qualche caffe' della piazza,la squadra di giovani partigiani della divisione comunista armati di mitra ed allineati sul sagrato davanti ai cadaveri distesi alla rinfusa l'uno sull'altro,parevano dipinti di masaccio nell'intonaco dell'aria grigia.Illuminati a picco dalla luce di gesso sporco che cadeva dal cielo nuvoloso,tutti tacevano,immoti,il viso rivolto tutti dalla stessa parte.


un filo di sangue colava giu' dagli scalini di marmo.










i fascisti seduti sulla gradinata della chiesa erano ragazzi di quindici o sedici anni,dai capelli liberi sulla fronte alta,gli occhi neri e vivaci nel lungo volto pallido.Il piu' giovane,vestito di una maglia nera e di un paio di calzoncini corti che gli lasciavano nude le gambe degli stinchi magri,era quasi un bambino.


C'era anche una ragazza tra loro:giovanissima,nera d'occhi e dai capelli,sciolti sulle spalle,di quel biondo scuro che s'incontra spesso in toscana tra le donne del popolo,sedeva con il viso riverso,mirando le nuvole d'estate sui tetti di Firenze lustri di pioggia,quel cielo pesante e generoso di qua e la' screpolato,simile ai cieli di masaccio sugli affreschi del Carmine...


l'ufficiale partigiano...tese il dito verso uno di quei ragazzi e disse:"tocca a te,come ti chiami?"."oggi tocca a me"-disse il ragazzo alzandosi,"ma un giorno o l'altro tocchera' a lei",-"come ti chiami?"-"mi chiamo come mi pare"-rispose il ragazzo-"o gli rispondi a fare a quel muso di bischero?" gli disse il suo compagno seduto accanto a lui.


"Gli rispondo per insegnarli l'educazione a quel coso!"-rispose il ragazzo,asciugandosi con il dorso della mano la fronte matida di sudore.Era pallido e gli tremavano le labbra.Ma rideva con aria spavalda guardando fisso l'ufficiale partigiano.


L'ufficiale abbasso la testa e si mise a giocherellare con una matita.Ad un tratto tutti i ragazzi presero a parlare fra di loro ridendo,parlavano con accento popolano di san Frediano,santa Croce,di Palazzolo.


"E quei bigherelloni che stanno a guardare?o non hanno mai visto ammazzare un cristiano?"-"e come si divertono quei mammalucchi!"-"li vorrei vedere vedere al nostro posto sicche' farebbero quei finocchiacci!"-"scommetto che si butterebbero' in ginocchio"-"li sentiresti strillare come maiali,poverini".


I ragazzi ridevano pallidissimi fissando le mani dell'ufficiale partigiano.


"Guardalo bellino,con quel fazzoletto rosso al collo"."o che gli e'?"-"o chi ha da essere:gli e' Garibaldi"-"quel che mi dispiace"-disse il ragazzo-"gli e' d'essere ammazzato da quei bucaioli!"-"un la far tanto lunga,moccione"-grido' uno dalla folla."se l'ha furia venga al mio posto"- ribatte' il ragazzo ficcandosi le mani in tasca.


L'ufficale partigiano alzo' la testa e disse:


"Fa presto!non mi far perdere tempo.Tocca a te.".-"se gli e' per non farle perdere tempo"-disse il ragazzo con voce di scerno-"mi sbrigo subito" e scavalcati i compagni ando' a mettersi davanti ai partigiani armati di mitra,accanto al mucchio di cadaveri,proprio in mezzo alla pozza di sangue che si allargava sul pavimento di marmo del sagrato.


"Bada di non sporcarti le scarpe!"-gli grido' uno dei suoi compagni;e tutti si misero a ridere...


il ragazzo grido':"viva Mussolini!" e cadde crivellato di colpi"


F.Enrico accolla conclude...


"la storia e' grata a Curzio Malaparte,antifascista,al seguito delle armate anglo-americane,per la testimonianza di tanto sprezzante coraggio da parte di quei "repubblichini".


anche io rimango impressionato per tanto coraggio,fierezza e affronto di questi giovani ragazzi,che Firenze non li volle piu’ in vita perche' erano dei vinti."



Tratto da www.libridecimrsi.blogspot.com

giovedì 12 agosto 2010

Comunicato stampa Giovane Italia/Azione Universitaria Firenze

Salve
in allegato(e di seguito) il comunicato stampa e le fotografie della manifestazione all' Aeroporto di Fiumicino contro il turismo pedofilo.
 
Distinti saluti
                                                                                                                                                                        
 
                     Matteo Fanelli
dirigente di Firenze
movimento politico universitario Azione Universitaria/Giovane Italia
tel: 333-6498516
 


GIOVANE ITALIA FIRENZE

 

 

 

COMUNICATO STAMPA

 
Azione Universitaria e Giovane Italia ( PdL) Firenze manifestano nell'Aeroporto di Fiumicino

 

 

"STOP AL TURISMO PEDOFILO – E SE QUEL BAMBINO FOSSI TU?" con questi slogan alcuni militanti di Giovane Italia Firenze, insieme a rappresentanze di altre città dello stesso movimento, hanno compiuto un blitz presso lo scalo internazionale di Fiumicino distribuendo volantini contro il fenomeno in aumento del turismo pedofilo in molte mete esotiche.

"Un paese che si dichiara civile non può permettere che nel mondo 10 milioni di minorenni, adolescenti ed addirittura bambini, siano costretti a trasformarsi in cavie per il piacere di adulti, spesso padri di famiglia o cittadini insospettabili, che pensano di poter soddisfare il proprio desiderio forti di una condizione di ricchezza e dall'impunità garantita da migliaia di chilometri di distanza da casa" dichiarano a margine della manifestazione Giovanni Donzelli, presidente nazionale di Azione Universitaria e consigliere regionale della Toscana e Cosimo Zecchi, dirigente nazionale toscano di Giovane Italia.

" Questo blitz estivo è un'azione simbolica che segna l'inizio di una serie di campagne territoriali e nazionali di Giovane Italia proprio sui diritti civili e contro la pedofilia e la per la difesa dei minori " affermano sempre Zecchi e Donzelli.

" Auspichiamo – aggiunge Matteo Fanelli, dirigente fiorentino del movimento giovanile del PDL  - che tutti i Governi prevedano pene più severe per chiunque si macchi del reato di pedofilia e che molte mete esotiche tornino ad essere dei paradisi terrestri per la bellezza dei propri mari e delle proprie culture millenarie e non più inferni terreni per quei milioni di bambini che oggi sono carne da macello per attirare turisti senza scrupoli"

martedì 10 agosto 2010

Berto Ricci: come fummo giovani allora (I Parte)

fonte: http://www.beppeniccolai.org


Berto Ricci è fiorentino, poeta, polemista, matematico, cade a Bir Gandula, Cirenaica, il 2 Febbraio 1941. Aveva 35 anni. In che cosa credeva? Nelle strutture politico-brurocratico-amministrative di cui è fatto uno Stato? Nel Palazzo, si direbbe oggi? Berto Ricci credeva nell’Italia, e per dirla con le parole di Dino Garrone, e che Berto Ricci mise nella sua prefazione alle lettere di Garrone stesso, scomparso anche lui giovanissimo all’età di ventisette anni, l’Italia la vedeva e la sognava così: «l’Italia dura, taciturna, sdegnosa, che portava la sua anima in salvo soffrendo delle contraffazioni, dei manifesti, dei ciarlatani, dei buffoni, dei letterati, dei commendatori. L’Italia che ci fa spesso bestemmiare perché la vorremmo più rigida, più attenta, più macra: vicino alla perfezione dei santi».
Dell’amico adorato, scrittore e poeta come lui, Berto Ricci tracciò questi lineamenti:




«Non cercò carriera, non ebbe fini effimeri, non comuni ambizioni. Ebbe vita interiore potente, soverchiante la esteriore pur così varia, popolata di fatti e di figure e accesa di passioni. Soffrì d’ogni menomazione inferta dalla debolezza propria o altrui (…) una coscienza senza sogno (…) un volere il sole, in sé e negli uomini il sole (…) un gioire e un soffrire coi paesi e con le acque, con la gente e i libri, con tutto quello che noi siamo (…) Il rispetto per l’uomo, la sua umiltà dinanzi al fratello ignoto e qualunque,così bella se guardata sullo sfondo della formidabile capacità di disprezzo che era in lui, dicono com’egli fosse alto e solo. Risultava da tutto questo, dall’amore, dal disdegno, dall’ingegno, dalla dominante e assillante pretesa d’assoluto, una magnetica giovinezza, di quelle che fanno esclamare: bella questa moneta nuova, e quanto val più dell’altre usate e tosate. E giovane è rimasto in morte, sull’invecchiare veloce di molti vivi».

Così Berto Ricci di Dino Garrone.



Potremmo scrivere: «così Berto Ricci di Berto Ricci».



La prefazione alle lettere di Dino Garrone è del ’38, ma Berto Ricci resta una colata di vita:



«E giovane è rimasto in morte, sull’invecchiare veloce di molti vivi».



Lo potremmo scrivere sulla tomba di Berto. E nessuno meglio di lui, a cui è toccata la sorte di vivere questa scettica e cinica Italia, sa e conosce la verità di quella frase: «e giovane è rimasto in morte sull’invecchiare veloce di molti vivi».
Berto Ricci fu un’intelligenza viva, libera, sanguigna, spregiudicata, strafottente e spavalda. Il suo foglio "l’Universale" è destinato a restare. Berto Ricci fu carattere, che altro non è che il coraggio civile. Berto Ricci, nel tempo di Mussolini e della sua dittatura, fu faziosamente, come può esserlo un fiorentino, controcorrente, contro, su ogni cosa, il moderatismo, i tecnici del saper vivere e del saper fare. Per dirla con termini della grigia politica di oggi, fu l’antidoroteo, fu l’antimoroteo per eccellenza.
In una sua poesia, "Inno a Roma" del ’33, è detto: «Oh i buoni servi non sono degni di Roma, non gli immoti e i pigri, ma i liberi, gli inquieti, quelli che simili a praterie che inarca il vento delle folli ambizioni».

«Pederasti e ladri», scriverà nel ’31 su "Lo scrittore italiano", «possono esser grandi d’arte, e furono i piccoli cercatori d’applausi, cacciatori di recensioni e di premi, romanzieri stipendiati dal pubblico, no in nessun modo. E se parrà enorme a qualcuno questa mia affermazione, da non poterla digerire, e’ se la sputi. Già ho notato la preminenza dello spirituale sul morale, della divinità sulla onestà: e con questo non vo’ dire che pederasti e ladri sono divini; ma più vicini a Dio, forse, dei frigidi astuti savi e delle canaglie moderate».
Più vicini a Dio dei frigidi savi e delle canaglie moderate…
Giugno 1931. Fascismo e Azione Cattolica si fronteggiano. Sono passati due anni dal Concordato. Motivo del contrasto: l’educazione dei giovani. Berto Ricci su "l’Universale" titola: "Il duello col Papa" e trancia questi giudizi:



«Diciamolo francamente: noi non ci spaventeremmo di un clero macchiato di lussuria, di simonia, di ferocia, quanto ci preoccupa questo esercito d’impiegati in tonaca, irrimediabilmente malati di mal borghese. È nel peccato una grandezza, un principio forse di santità: nell’inerzia dei borghesi e dei mediocri non c’è che buio».



«(…) Venga presto, per il bene della cristianità, un papa gagliardo, rivoluzionario, che sprotestantizzi la Chiesa, spenga la politica e ravvivi...





[incomprensibile, coperto dagli applausi]



..., lasci alle donnacole le polemichette puntigliose, riporti nel mondo l’alito del Vangelo, riceva sì i pellegrini d’America, ma si mescoli anche alla plebe di Trastevere ed entri il vicario di Cristo nelle case di San Frediano».





C’è qualcuno nell’Italia democratica e repubblicana, uscita dalla Resistenza, che mi sappia indicare, da qualche parte, un polemista di questa vaglia, polemista, fatene caso, che così si esprimeva negli anni del diavolo del cavalier Benito Mussolini?





«Questo ci preme, questo vogliamo dire: questo nessuno può smentire, che gli eunuchi, i vili i pigliaschiaffi disonorano il fascismo, che i saggi in cappa magna lo inceppano, i noiosi teorici della tradizione gli fanno perdere tempo, gli adulatori lo avvelenano, i bruti spiritati dal gesto dittatorio e dagli occhi grifagni lo mettono in farsa, e l’Italia del popolo, l’Italia di Basso Porto e di via Toscanella, essa sola lo alimenta di vita, e questo non è classismo, non è bolscevismo, perché non importa essere nati in via Toscanella né starci. Quel che conta è saperci stare».



È il 12 Aprile 1931: la Spagna è repubblicana. Re Alfonso XIII, l’ultimo dei Borboni, lascia Madrid e prende la via dell’esilio. Su "l’Universale" del Maggio ’31, Berto Ricci scrive:



«Sommo errore politico, oltre che pessima romanticheria di maniaci del principio monarchico universale, sarebbe fare il broncio alla nuova Spagna repubblicana. Né i dogmi democratici dei successori di re Alfonso possono interessarci gran che: c’interessa la loro politica estera e la posizione del loro paese nel Mare Mediterraneo. Venendo poi a considerare in sé questo sbrigativo, ma atteso, invocato e guadagnato mutamento di regime, non si può dire che la monarchia sia stata molto benemerita di quella nazione. Che fruttarono alla Spagna i suoi secoli di obbedienza e di fedeltà al trono? Una lunga, atona agonia, una dittatura senza genio, un parlamentarismo senza sale, una lenta rovina di commerci e d’imprese. Ogni scossa è santa se giova a scuotere dal sonno e dall’ozio i popoli forti. D’altra parte i ribelli spagnoli hanno mostrato negli ultimi tempi di saper guardare in faccia con abbastanza tranquillità i plotoni d’esecuzione: e un’idea capace di preparare gli uomini alla morte merita vittoria, merita rispetto nell’Italia del comandante Umberto Maddalena». (maggio 1931)

[...]

venerdì 6 agosto 2010

Riprendiamoci (a destra) gli anni '60

Gli anni Sessanta? È arrivata l'ora del dietrofront. Vanno archiviati. Rimossi. L’offensiva revisionista stavolta parte da sinistra e gli spari già risuonano nel palinsesto televisivo. I primi caduti? La fiction Raccontami, epica pop dei Sessanta. Negli ultimi due anni ha messo a sedere – davanti al piccolo schermo, of course – le famiglie italiane. Eppure, sembra destinata a non sopravvivere alla fine della sua seconda stagione. Malgrado il successo di pubblico e nonostante le proteste. Truppe irregolari di telespettatori si stanno infatti mobilitando: migliaia di mail “marciano” sulla Rai. Un’intifada destinata a soccombere. Perché la decisione sembrerebbe – il condizionale è d’obbligo – presa. La famiglia Ferrucci (i protagonisti della serie in questione) sarà sciolta e i singoli interpreti destinati ad altre imprese televisive.




Prepariamoci pertanto a fare a meno di quest'ultimo romanzone popolare capace di “raccontare”, con piglio più cinematografico che meramente seriale, l’epopea di un paese che si lasciava definitivamente alle spalle il dramma della guerra e si proiettava a tutta velocità in un futuro ricco di cambiamenti e promesse. Non tutte mantenute. Ne sa qualcosa il capofamiglia Luciano Ferrucci. L’esplodere del conflitto l'aveva costretto a interrompere gli studi per poi farsi capocantiere per la ditta di un ex camerata. Potrà prendersi il sospirato diploma da geometra e inventarsi imprenditore ma i guai non mancheranno, né a lui né all’Italia. Un ruolo cucito a misura per il bravissimo Massimo Ghini, attore di sinistra – ci si passi il gioco di parole – poco amato, però, a sinistra. Già. Oggi come ieri c’è poca voglia di leggerezza, da quelle parti. L'ottimismo? Troppo destrorso, retorico. Tutto sommato, un po' berlusconiano.


E a puntare il dito contro «la sinistra snob» è lo stesso Ghini, reo di aver dato il volto – il suo – alla più recente commedia brillante italiana. «Dopo il primo film natalizio – si è sfogato in una intervista rilasciata al Corriere della Sera – sono stato considerato un traditore. Mi hanno persino chiesto se avessi cambiato idee politiche». Aveva due risposte possibili, ha spiegato: «La parolaccia o parliamone. Ho deciso di parlarne». A distanza di qualche giorno, però, il j’accuse di Ghini non ha ricevuto risposta e il futuro della fiction è ancora avvolto nel mistero. La verità – azzardiamo noi – è che qualcuno a sinistra si è forse reso conto che l'epopea degli anni Sessanta non era poi così funzionale alla celebrazione della loro parte politica e culturale. Malgrado Walter Veltroni e il suo immaginario, tutto anni Sessanta.


D'altronde da qualche tempo in giro c'è davvero tanta voglia di anni Sessanta. Ha detto Franco Battiato: «Le canzoni italiane degli anni '60 possedevano malinconia, ispirazione e felicità. Si veniva da una guerra devastante. E pur fra i problemi, c'era gioia di vivere». Non si tratta, quindi, solo del vintage che alimenta un sempre florido merchandising – dal ritorno dei dischi in vinile alle mitiche figurine Panini – ma dello spirito autentico dei Sessanta, recentemente riecheggiato anche nelle parole di Gianfranco Fini e individuato da Angela Merkel come decisivo per lo svilupparsi del boom economico tedesco e del modello di economia sociale di mercato. Tanti i lati positivi. Ne ha elencati alcuni il presidente della Camera nel convegno organizzato dalla fondazione Liberal di Ferdinando Adornato: «L'ottimismo, il desiderio di cambiamento nel costume, la rivolta generazionale e la partecipazione delle donne». Prima del trionfo delle ideologie e del tradimento di quelle speranze. Un’analisi lucida che sottolinea come, solo per l’incapacità della destra politica italiana di allora nell'ascoltare i giovani, si finì con lo spalancare un’autostrada all’egemonia della sinistra lasciando che prevalessero – per usare le parole della cancelliera tedesca – «le frange autoritarie e intolleranti del ’68».


L'ansia di cambiamento, da allora in poi, è stata raccontata come cosa loro e iscritta nell’immaginario della sinistra. Dai Beatles al Giovane Holden, da Charles Bukowski a Jim Morrison, ma anche Kennedy e Papa Giovanni, non c’è icona d’importazione che sia sfuggita a questa gigantesca mistificazione. Un equivoco colossale su cui nel corso degli anni si è sedimentata una memorialistica a senso unico. Un’appropriazione indebita che ha finito per trasformare una memoria condivisa nel patrimonio esclusivo di una sinistra immaginaria.


Tutto nasce con il libro, indubbiamente bello, Il sogno degli anni ’60 (edito da Savelli nel 1981) di Walter Veltroni, già allora abilissimo a confondere passioni private e generazionalmente trasversali con un’eredità politica di tutt’altra natura e storia. L’allora ventiseienne consigliere comunale – eletto a Roma nella lista del PCI – raccoglieva il ricordo di 46 ex giovani: da Renzo Arbore a Francesco Guccini, da Lucio Dalla a Gianni Borgna. Scriveva Veltroni: «Gli anni Sessanta sono stati un decennio di grande movimento, di rottura delle assolute certezze, della rigida immobilità dei Cinquanta. Un grande ribollire di stimoli culturali, di suggestioni politiche, di riferimenti letterari veramente nuovi... L’intreccio dell’accesso alla scuola di massa e dell’affermarsi del mezzo televisivo rivoluzionò la grammatica della fantasia di una generazione. Si dilatava la gamma delle conoscenze, si entrava in diretto rapporto con la realtà, si rompeva con il provincialismo un po' cafone dell’italietta anni Cinquanta...». E ancora: «Gli anni Sessanta. Un corsa in spider, una svedese al fianco, uno scherzo all’amico, una cotta improvvisa. Un viaggio, la scoperta di Londra o Parigi, un disco di Yellow Submarine. Un pattino, un ombrellone, un transistor acceso, una partita di pallone al tramonto. Una spiaggia tranquilla, un juke-boxe che suona, un po’ gracchiando, una canzone di Francoise Hardy». Peccato che questo quadretto idilliaco, di lì a qualche anno, venne fatto a pezzi proprio dalla sinistra con la pretesa di dare un segno ideologico a quella genuina ansia di cambiamento. A un vecchio conformismo ne subentrò un altro persino più intollerante che riduceva la rivolta generazionale a una banale questione di look e moschetto.


Ne sanno qualcosa i protagonisti musicali di quella stagione, coloro che ne hanno determinato la colonna sonora. Uno su tutti: Edoardo Vianello, i cui successi sono stati recentemente raccolti in Replay, un cd la cui copertina è stata affidata a Pablo Echaurren, genio eclettico oltre che vero e proprio fan di Vianello. E le sue canzoni allegre e frizzanti sono state – e continuano a essere, in barba al tempo che passa – il leitmotiv per eccellenza di intere generazioni di italiani, la benzina inesauribile dell’ottimismo contagioso dei Sessanta. Da Pinne fucili e occhiali a Guarda come dondolo, da Abbronzantissima ai mitici Watussi. Ecco, lui e la sua musica negli anni Settanta, il successivo decennio tutto plumbeo e tutto ideologico, venne messo al bando perché – sostenevano – le sue canzoni, in quanto leggere, scanzonate, vitaliste, andavano ritenute non impegnate, quindi superate. Proprio così. Se un cantante esprimeva l'ottimismo dei ragazzi del proprio tempo invece di mettersi al servizio delle cause della sinistra veniva iscritto d’ufficio nel registro dei renitenti. «Abituato com’ero al calore del pubblico ci rimasi malissimo – ci ha raccontato lo scorso giugno, in occasione del suo settantesimo compleanno – ma io intendevo la musica come un fatto di divertimento collettivo e come espressione dello stato d'animo generazionale, non come strumento per fare politica e non sarei mai stato credibile a improvvisarmi cantautore cosiddetto impegnato».


Analoga l'analisi di Don Backy, protagonista di una originale via italiana al beat e autore di canzoni cult come Poesia e L’immensità che – non a caso – insieme ad altre fanno da colonna sonora a Raccontami. Oltretutto Don Backy, insieme a Ricky Gianco e Detto Mariano, è l'autore del testo della stessa sigla della fiction riarrangiata da Vince Tempera. Ma lo spirito guascone, giovanilistico ed estetico dell’artista toscano era, in quegli anni, ben diverso da quello degli pseudorivoluzionari che affolleranno i cortei nel decennio successivo. «Io avevo ben altro per la testa – ci ha confidato – e Curcio, Capanna, Negri e nipotini vari volevano solamente andare al potere. Il nostro era un essere contro in ogni caso». Da allora la sua principale preoccupazione, come ha scritto nell’ultimo libro – Questa è la storia… Memorie di un juke box (Coniglio Editore, pp. 256, € 29, 50) – è di far sopravvivere lo spirito autentico di quegli anni, di salvare le sue canzoni dalla marea ideologica che montava a sinistra. «Le sue canzoni non ne furono contagiate – scrive in terza persona – la creatività non doveva essere gettata all’ammasso, circoscritta e in ostaggio di aggettivi: impegnata, di contestazione, di protesta o di convenienze e anticonformismi di maniera». E probabilmente per la schiettezza delle sue dichiarazioni Don Backy ancora oggi viene sistematicamente ignorato da un certo circuito mediatico. «Quando non si è allineati non si esiste per i salotti e gli ambienti che contano. Va avanti solo chi è omologato, chi ha le idee in linea». Per lui quasi nessun invito in tv. Neanche a trasmissioni dedicate alla musica degli anni ’60-’70 come Canzonissime, Ti lascio una canzone o I raccomandati. Figuriamoci il Festival di Sanremo, cui si è recentemente proposto per vedersi sbattere la porta in faccia da Pippo Baudo.


Intendiamoci, a ricevere tale trattamento non furono soltanto i cantanti ma tutti gli artisti che non vollero farsi allinearsi. Basti pensare a Franco e Ciccio, definiti dall’indimenticato Giuseppe Moccia, in arte Pipolo, «i rappresentanti per eccellenza dell’Italia prorompente, vitale e con voglia di fare degli anni Sessanta». La loro comicità schietta e contagiosa richiamava nelle sale adulti, ragazzi e bambini. Eppure la critica ideologizzata continuerà a considerarli poco più che fenomeni da baraccone. Tra le poche voci controcorrente, quella di Valerio Caprara: «Inutile aggiungere che meno amavo le isterie gauchistes (che, pure, hanno preso il potere nel campo dei sacerdoti della critica) più simpatizzavo con la morfologia artistica di Franchi e Ingrassia, la cui docta ignorantia mi sembrava di gran lunga più lucida della ignoranza tout court dei lanzichenecchi rossi e rosa di Cinecittà e dintorni. Il cinema ‘nobile’ era costituito, per costoro, da alcuni ignobili sottoprodotti gabellati per ‘ideologici’ e progressivi. Per fortuna il popolo (quello vero, quello che si esalta al Mundial e prende a pomodorate le reprimende dei sociologi) invertiva puntualmente i canoni del sotterraneo Minculpop e premiava gli sforzi autarchici, generosi, fisici dei due attori in barba agli appelli auto-mortificanti dei pretini sub-marxiani».


Comunque, ultimamente, sugli anni Sessanta – finalmente letti senza le lenti deformanti dell’ideologia – sono arrivati in libreria due saggi che meritano tutta l’attenzione possibile: il primo è Boom. Storia di quelli che hanno fatto il ’68 (Rizzoli, pp. 255, € 16,50) del sociologo Fausto Colombo e rompe un tabù: che a raccontare i Sessanta debbano necessariamente essere i militanti ideologici del decennio successivo. Perché esserselo perso è imperdonabile, anche per chi è nato troppo presto o troppo tardi. E Colombo, cinquantenne studioso dei media e docente all’università Cattolica di Milano, si prende la briga di affrontare con una scrittura godibile e ricca di aneddoti la storia dei baby boomers, un popolo di neonati che ha compiuto o sta per compiere cinquant’anni, dieci milioni di piccoli italiani che in quegli anni Sessanta reali cresceranno in case fornite di frigorifero, lavatrice e tv, imparando che dopo Carosello si va a nanna e che un giornalino e una partita di calcio possono fare la storia.


Già, il grande calcio che proprio in quegli anni diventa un fenomeno planetario e nel nostro Paese è passione diffusa, agisce da contagio e si fa moda, costume, immaginario condiviso. Ed ecco il secondo saggio, del milanese Marco Innocenti: Quando il calcio ci piaceva più delle ragazze (Mursia, pp. 240, € 18,00). È quanto accadeva negli anni Sessanta, perché i ragazzi studiavano, contestavano, s’innamoravano, ballavano, ma soprattutto impazzivano per lo sport nazionale e declamavano le formazioni delle squadre amate come versi di una poesia. E infatti il libro di Innocenti – giornalista del Sole 24 Ore e autore di altre pubblicazioni tra cui Sognando Meazza. Come eravamo negli anni Trenta (Mursia, 2006) – prima ancora che essere un omaggio al calcio, racconta meglio di qualsiasi testo sociologico la società italiana di quel decennio attraverso i miti e i riti sportivi che hanno segnato una generazione molto più dell'ideologia, spesso postuma. Fortunatamente. Leggiamo, quindi, quelle pagine e torniamo a riprenderci i nostri - e veri - anni Sessanta.






Fonte: http://robertoalfattiappetiti.blogspot.com/2009/01/riprendiamoci-destra-gli-anni-60.html